Il piccolo vascello si fermò all’improvviso, e gli avventurieri si svegliarono subito. Storditi, cominciarono a chiedersi il perché di quella sosta imprevista, e soprattutto fino a quale tratto avessero disceso il fiume. Un vociare indistinto provenne dal ponte. “Il fiume è ghiacciato! Non si può proseguire, dannazione!”.Udito questo, un brivido di insicurezza scosse tutti i presenti nella stanza, compresi i tre marinai che dormivano lì. “In questo periodo succede spesso” disse uno dei marinai. “Che il fiume geli”.
Snervati, tutti salirono sopra coperta e si coprirono. Era scoppiata una tempesta di neve, la più spaventosa che avessero visto da qualche anno a quella parte. Di fronte a loro, oltre la prua del vascello, l’oscurità della notte fonda. Solo pochi dettagli chiari: fra essi, l’alta parete rocciosa che li sovrastava da sinistra. Subito il capitano gli spiegò la situazione; non era migliore di quanto avessero capito: il fiume non era più percorribile. Era necessario attraccare al vicino porticciolo di Darlingdell. Gli avventurieri, senza dimostrare troppo il loro rammarico per non farlo pesare sui marinai estenuati, accettarono la proposta; il vascello fece dietrofront, e sospinto dal vento in solo qualche minuto arrivò al porticciolo sulla riva sinistra di cui il capitano aveva parlato. Attraccato il vascello, i quattro scesero.
Le difficoltà non erano finite. Anzi. Presso il porticciolo c’era una piccola osteria con qualche letto, ma il padrone freddò subito le speranze degli avventurieri comunicandogli che erano al completo, c’era posto solo per l’equipaggio del vascello; li indirizzò al paese di Darlingdell, nell’entroterra, a qualche chilometro dall’attracco. Il viaggio in slitta fu veloce, e man-mano che si avvicinavano al paese, i quattro scoprivano la minacciosa maestosità della valle in cui stavano entrando; tutt’attorno a loro, infatti, si innalzavano maestose cime rocciose. Di fronte a loro presto comparve un villaggio arroccato in cima ad una bassa collina, composto da un groviglio di case dalle luci spente. Tutti sembravano dormire; le uniche luci accese erano quelle di due edifici nella piazza centrale, dove la slitta s’andò a fermare. L’una sembrava essere la locanda; l’altra un posto di guardia. E di fatti, proprio allora uscirono quattro uomini in armatura, coperti con cappotti e con la testa coperta da un sombrero di tessuto pesante.
“CHE DIAVOLO SUCCEDE QUI?!”>. Lo sbraito dell’anziana guardia cittadina che apriva la fila di suoi commilitoni meravigliò i nuovi arrivati, i quali cominciarono a sospettare che la loro presenza non fosse benvista. “Ci mancavate solo voi!”.
Per fortuna, prima che gli animi potessero scaldarsi, l’uomo del porticciolo si frappose fra loro due e spiegò la situazione alla guardia. Questa si calmò, si scusò presentandosi come lo sceriffo Hank Catterline. “Dovete perdonarmi…” mormorò, con voce spezzata. “Perdonatemi… seguitemi, vi farò dare un alloggio…”.
Il gruppo, spiazzato, seguì lo sceriffo Catterline nella locanda. Il calduccio accogliente della sala principale li scaldò in men che non si dica; ma un altro fatto gli fece capire che qualcosa non andava. Nonostante fosse molto tardi, nella sala accanto al fuoco c’erano molte, moltissime persone. Bambini, donne, uomini. L’intera cittadinanza era riunita fra le mura della locanda. E in fondo alla stanza, affianco al bancone, un uomo si disperava, mentre un altro tentava di confortarlo. Le risposte cominciarono ad arrivare quando Catterline, un secondo dopo, prese da parte il gruppo. “Qualcuno ha rapito la moglie e la figlia del signor Sinclair, l’uomo piangente che vedete laggiù. Le ha portate via dalla sua casa”.
La notizia, quindi, confermò i timori dei presenti, i quali cominciarono a tempestare di domande l’anziano.
“Il signor Sinclair ha nemici?” “In che condizioni era la scena del crimine?” “Ci sono stati strani segnali nei giorni scorsi?”.
Lo sceriffo descrisse loro la situazione di totale calma che aveva caratterizzato i giorni prima: il rapimento era caduto come un fulmine a ciel sereno nella vita del pacifico villaggio, tanto che persino sulla scena del crimine nessuno degli investigatori aveva trovato niente di strano. E venne fuori qualcos’altro: gli ultimi due ospiti della locanda erano stati due cacciatori di pelli, due giorni prima. I loro nomi erano Eastwick e Rean. Ed erano ripartiti subito verso est. Verso le montagne. fu a quel punto che un piccolo barlume di luce cominciò a risplendere in una notte tanto buia. Lo sceriffo Catterline alzò gli occhi, e guardò meglio lo stemma impresso sull’armatura di uno dei forestieri. Un sole. Un sole risplendente in mezzo al buio. L’effige di Pelor, dio del Sole, lo Splendente.
“Un paladino…” sussurrò Catterline, guardando l’uomo negli occhi. Il suo nome era Elrik. E il suo sguardo era forte e sicuro.
Ma il brillare dell’effige sembrava raddoppiato; infatti anche l’uomo affianco al Paladino recava sul suo vestito lo stemma dello Splendete. Melkiadres era il suo nome. Un chierico, un saggio venuto dall’oscurità di quella notte tempestosa.
“Ringrazio che voi siate qui. Vi prego, aiutateci” sussurrò lo sceriffo, alzandosi. E allora, in virtù della sacralità della loro missione di portatori di luce, i due accettarono.
Le indagini, quindi, cominciarono da subito. Lo sceriffo avrebbe mandato i suoi uomini a cercare tracce dei rapitori, mentre il vice-sceriffo Rydeck avrebbe condotto gli altri due forestieri presso la casa dei Sinclair. Infine, il paladino e il chierico di Pelor avrebbero cercato di alleviare le sofferenze del povero sventurato e avrebbero tentato di carpire ciò che sapeva. Mentre Rydeck partiva alla volta del luogo del delitto, Elrik si chinò davanti a Sinclair, con grande umiltà e pazienza, e cominciò a parlargli all’orecchio, cercando di confortarlo. Ma il povero uomo era troppo distrutto dall’orrore del rapimento, e riuscì solo a raccontare che chiunque avesse rapito la sua famiglia, era entrato in casa con la forza, lo aveva picchiato mentre era ancora nel suo letto tanto da farlo svenire; al suo risveglio, era solo in casa. Ogni sua parola era verità. Infatti Melkiadres aveva posto su di lui uno degli strumenti d’indagine più potenti che Pelor potesse dargli: un incantesimo che costringeva chiunque ne fosse affetto all’onestà nelle parole. Sinclair era onesto. Non aveva nemici. Nessuno che volesse farlo soffrire tanto. Almeno, nessuno che facesse parte della sua vita di tutti i giorni.
Anche l’indagine alla residenza delle vittime sembrava non portare a nulla… o quasi. Quando i tre uomini furono sulla soglia del grazioso cottage recintato posto fuori dal paese, prima di tutto, notarono che per terra, nonostante la neve alta in cui affondavano abbondantemente i loro piedi, non c’era nessuna impronta che non fosse quella di uno stivale del corpo di guardia; eppure, qualcun altro era entrato. Nel salotto d’ingresso, e poi su, in cima per le scale, per terra era bagnato. Si, qualcuno era entrato. Fu allora che uno dei due investigatori forestieri dette prova della sua saggezza di druido. Landor, avvezzo al seguire le tracce nei boschi, scoprì anche quelle dei rapitori. Sulla porta di casa, affianco alla maniglia esplosa e mal funzionante, Landor trovò della strana polvere nera. Un’idea balenò nella sua testa. Raccolta per terra una brocca lasciata cadere ore prime dagli assalitori, vi mise dentro la polvere. Con la fiamma della torcia del gruppo, provò a incendiare la polvere… ed ebbe successo. La serratura era esplosa. Per il resto, nella casa, oltre al disordine e alle tracce dell’orrore che vi si era consumato, nessuna traccia dei malviventi. Né al piano terra, né nelle camere da letto, né nella sala sotterranea in cui la tenera signora Sinclair amava filare i suoi arazzi, conosciuti in tutta la contea del Wright. Niente, nessun indizio. Sconfitti e confusi, avendo in mano solo l’indizio della polvere pirica, i tre investigatori uscirono dalla casa; ma fu allora che al compagno di viaggio di Landor venne un’idea. Si voltò verso la sua destra. Lì, nel giardino recintato, v’erano dei giochi da giardino della piccola di casa Sinclair. Mosso da un’intuizione dettata dall’esperienza, il nano che accompagnava il druido si mosse verso di essa, e cominciò a tastare accuratamente per terra, fin quando sotto le sue mani non capitò una boccetta di vetro. La dissotterrò dalla neve. La guardò. Dentro di essa, un liquido azzurro, quasi simile ad una “pozione cura ferite”. Ma la sua esperienza gli diceva che non si trattava di ciò. E la sua esperienza era molta: il nano si chiamava Tordek. E la sua furia barbarica era temuta in molte contrade del Wright.
Snervati, tutti salirono sopra coperta e si coprirono. Era scoppiata una tempesta di neve, la più spaventosa che avessero visto da qualche anno a quella parte. Di fronte a loro, oltre la prua del vascello, l’oscurità della notte fonda. Solo pochi dettagli chiari: fra essi, l’alta parete rocciosa che li sovrastava da sinistra. Subito il capitano gli spiegò la situazione; non era migliore di quanto avessero capito: il fiume non era più percorribile. Era necessario attraccare al vicino porticciolo di Darlingdell. Gli avventurieri, senza dimostrare troppo il loro rammarico per non farlo pesare sui marinai estenuati, accettarono la proposta; il vascello fece dietrofront, e sospinto dal vento in solo qualche minuto arrivò al porticciolo sulla riva sinistra di cui il capitano aveva parlato. Attraccato il vascello, i quattro scesero.
Le difficoltà non erano finite. Anzi. Presso il porticciolo c’era una piccola osteria con qualche letto, ma il padrone freddò subito le speranze degli avventurieri comunicandogli che erano al completo, c’era posto solo per l’equipaggio del vascello; li indirizzò al paese di Darlingdell, nell’entroterra, a qualche chilometro dall’attracco. Il viaggio in slitta fu veloce, e man-mano che si avvicinavano al paese, i quattro scoprivano la minacciosa maestosità della valle in cui stavano entrando; tutt’attorno a loro, infatti, si innalzavano maestose cime rocciose. Di fronte a loro presto comparve un villaggio arroccato in cima ad una bassa collina, composto da un groviglio di case dalle luci spente. Tutti sembravano dormire; le uniche luci accese erano quelle di due edifici nella piazza centrale, dove la slitta s’andò a fermare. L’una sembrava essere la locanda; l’altra un posto di guardia. E di fatti, proprio allora uscirono quattro uomini in armatura, coperti con cappotti e con la testa coperta da un sombrero di tessuto pesante.
“CHE DIAVOLO SUCCEDE QUI?!”>. Lo sbraito dell’anziana guardia cittadina che apriva la fila di suoi commilitoni meravigliò i nuovi arrivati, i quali cominciarono a sospettare che la loro presenza non fosse benvista. “Ci mancavate solo voi!”.
Per fortuna, prima che gli animi potessero scaldarsi, l’uomo del porticciolo si frappose fra loro due e spiegò la situazione alla guardia. Questa si calmò, si scusò presentandosi come lo sceriffo Hank Catterline. “Dovete perdonarmi…” mormorò, con voce spezzata. “Perdonatemi… seguitemi, vi farò dare un alloggio…”.
Il gruppo, spiazzato, seguì lo sceriffo Catterline nella locanda. Il calduccio accogliente della sala principale li scaldò in men che non si dica; ma un altro fatto gli fece capire che qualcosa non andava. Nonostante fosse molto tardi, nella sala accanto al fuoco c’erano molte, moltissime persone. Bambini, donne, uomini. L’intera cittadinanza era riunita fra le mura della locanda. E in fondo alla stanza, affianco al bancone, un uomo si disperava, mentre un altro tentava di confortarlo. Le risposte cominciarono ad arrivare quando Catterline, un secondo dopo, prese da parte il gruppo. “Qualcuno ha rapito la moglie e la figlia del signor Sinclair, l’uomo piangente che vedete laggiù. Le ha portate via dalla sua casa”.
La notizia, quindi, confermò i timori dei presenti, i quali cominciarono a tempestare di domande l’anziano.
“Il signor Sinclair ha nemici?” “In che condizioni era la scena del crimine?” “Ci sono stati strani segnali nei giorni scorsi?”.
Lo sceriffo descrisse loro la situazione di totale calma che aveva caratterizzato i giorni prima: il rapimento era caduto come un fulmine a ciel sereno nella vita del pacifico villaggio, tanto che persino sulla scena del crimine nessuno degli investigatori aveva trovato niente di strano. E venne fuori qualcos’altro: gli ultimi due ospiti della locanda erano stati due cacciatori di pelli, due giorni prima. I loro nomi erano Eastwick e Rean. Ed erano ripartiti subito verso est. Verso le montagne. fu a quel punto che un piccolo barlume di luce cominciò a risplendere in una notte tanto buia. Lo sceriffo Catterline alzò gli occhi, e guardò meglio lo stemma impresso sull’armatura di uno dei forestieri. Un sole. Un sole risplendente in mezzo al buio. L’effige di Pelor, dio del Sole, lo Splendente.

“Un paladino…” sussurrò Catterline, guardando l’uomo negli occhi. Il suo nome era Elrik. E il suo sguardo era forte e sicuro.
Ma il brillare dell’effige sembrava raddoppiato; infatti anche l’uomo affianco al Paladino recava sul suo vestito lo stemma dello Splendete. Melkiadres era il suo nome. Un chierico, un saggio venuto dall’oscurità di quella notte tempestosa.
“Ringrazio che voi siate qui. Vi prego, aiutateci” sussurrò lo sceriffo, alzandosi. E allora, in virtù della sacralità della loro missione di portatori di luce, i due accettarono.
Le indagini, quindi, cominciarono da subito. Lo sceriffo avrebbe mandato i suoi uomini a cercare tracce dei rapitori, mentre il vice-sceriffo Rydeck avrebbe condotto gli altri due forestieri presso la casa dei Sinclair. Infine, il paladino e il chierico di Pelor avrebbero cercato di alleviare le sofferenze del povero sventurato e avrebbero tentato di carpire ciò che sapeva. Mentre Rydeck partiva alla volta del luogo del delitto, Elrik si chinò davanti a Sinclair, con grande umiltà e pazienza, e cominciò a parlargli all’orecchio, cercando di confortarlo. Ma il povero uomo era troppo distrutto dall’orrore del rapimento, e riuscì solo a raccontare che chiunque avesse rapito la sua famiglia, era entrato in casa con la forza, lo aveva picchiato mentre era ancora nel suo letto tanto da farlo svenire; al suo risveglio, era solo in casa. Ogni sua parola era verità. Infatti Melkiadres aveva posto su di lui uno degli strumenti d’indagine più potenti che Pelor potesse dargli: un incantesimo che costringeva chiunque ne fosse affetto all’onestà nelle parole. Sinclair era onesto. Non aveva nemici. Nessuno che volesse farlo soffrire tanto. Almeno, nessuno che facesse parte della sua vita di tutti i giorni.
Anche l’indagine alla residenza delle vittime sembrava non portare a nulla… o quasi. Quando i tre uomini furono sulla soglia del grazioso cottage recintato posto fuori dal paese, prima di tutto, notarono che per terra, nonostante la neve alta in cui affondavano abbondantemente i loro piedi, non c’era nessuna impronta che non fosse quella di uno stivale del corpo di guardia; eppure, qualcun altro era entrato. Nel salotto d’ingresso, e poi su, in cima per le scale, per terra era bagnato. Si, qualcuno era entrato. Fu allora che uno dei due investigatori forestieri dette prova della sua saggezza di druido. Landor, avvezzo al seguire le tracce nei boschi, scoprì anche quelle dei rapitori. Sulla porta di casa, affianco alla maniglia esplosa e mal funzionante, Landor trovò della strana polvere nera. Un’idea balenò nella sua testa. Raccolta per terra una brocca lasciata cadere ore prime dagli assalitori, vi mise dentro la polvere. Con la fiamma della torcia del gruppo, provò a incendiare la polvere… ed ebbe successo. La serratura era esplosa. Per il resto, nella casa, oltre al disordine e alle tracce dell’orrore che vi si era consumato, nessuna traccia dei malviventi. Né al piano terra, né nelle camere da letto, né nella sala sotterranea in cui la tenera signora Sinclair amava filare i suoi arazzi, conosciuti in tutta la contea del Wright. Niente, nessun indizio. Sconfitti e confusi, avendo in mano solo l’indizio della polvere pirica, i tre investigatori uscirono dalla casa; ma fu allora che al compagno di viaggio di Landor venne un’idea. Si voltò verso la sua destra. Lì, nel giardino recintato, v’erano dei giochi da giardino della piccola di casa Sinclair. Mosso da un’intuizione dettata dall’esperienza, il nano che accompagnava il druido si mosse verso di essa, e cominciò a tastare accuratamente per terra, fin quando sotto le sue mani non capitò una boccetta di vetro. La dissotterrò dalla neve. La guardò. Dentro di essa, un liquido azzurro, quasi simile ad una “pozione cura ferite”. Ma la sua esperienza gli diceva che non si trattava di ciò. E la sua esperienza era molta: il nano si chiamava Tordek. E la sua furia barbarica era temuta in molte contrade del Wright.